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Parco Agricolo della Cavallera: Patrimonio storico

 

La cascina Cavallera

La Cascina fu costruita nella parte occidentale del territorio di Oreno alla fine del ‘500.
Si tratta di trova uno dei migliori esempi di cascina pluriaziendale brianzola ancora esistenti.

Il territorio dove sorge la cascina era un tempo profondamente diverso da quello che possiamo vedere oggi: ricoperto da una fitta boscaglia che ospitava storni, lepri fagiani e selvaggina. La selva era composta da piante di salice, ginestra, biancospino, pruno selvatico, agrifoglio, corniolo, viburno, evònimo, acero, ontano, ciliegio selvatico, rovere, castagni e qualche esemplare di tasso e pino silvestre. Proprietario di queste terre era il Sovrano Ordine Militare di Malta che le aveva assegnate in usufrutto ad alcuni membri della famiglia Scotti: Bernardino e Ottaviano, Cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano. In seguito, la famiglia Scotti decise di disboscare una vasta superficie da destinare a campi coltivati. Con questo intervento si ottenne una gran quantità di legname e terra argillosa.
Per utilizzare queste risorse i conti Scotti fecero costruire un’apposita fornace, la Cascina Pignone, per trasformare l’argilla in mattoni che servirono anche a costruire il campanile del Duomo di Monza. E’ con questi mattoni che i conti Scotti fecero costruire in seguito, sempre nel territorio di Oreno, la Villa Gallarati-Scotti, la Cascina Varisco e nel 1591 la Cascina Cavallera (nel ‘700 chiamata Cassina Cavagliera).

La Cascina Cavallera, è così chiamata perchè i fondatori, i fratelli Bernardino e Ottaviano Scotti, erano Cavalieri dell'Ordine di Santo Stefano e non dalla parola “cavalé” che, nel dialetto locale, significa baco da seta come a lungo ritenuto.
La parte più antica del complesso corrisponde all'edificio principale porticato, lungo circa 80 metri, che accoglie le abitazioni e che è rivolto a Sud.
In seguito furono aggiunte ai lati del cortile le stalle, disposte in modo simmetrico e armonioso..
E’ caratteristico il timpano che abbellisce la facciata, proprio al centro dell'abitazione e del portale decorato di accesso.
Nel 1857 il duca Tommaso Gallarati Scotti, ampliò la cascina con la costruzione di due bassi edifici ai lati del portale. Inoltre, furono edificati anche due nuovi fabbricati rustici, perfettamente simmetrici, adibiti al piano inferiore a stalle e, al piano superiore a fienili. La superficie della corte venne pavimentata con ciottoli, denominati risada o rizzada, provenienti dai letti di torrenti e fiumi o dai campi.

 

 

Dalle curtes alle cascine: Una storia dimenticata

Il territorio Lombardo è in gran parte disseminato di cascine mentre nelle città resistono ancora numerosi edifici a corte con costruzioni a più piani disposte intorno a un'area centrale, la "curt" o cortile.


Da sempre questi tipi di abitazioni hanno avuto un ruolo basilare nella vita dei nostri antenati.
Ci immaginiamo le nostre innumerevoli generazioni di bisnonni giocare, da bambini, negli spazi ampi e sicuri del cortile. Li vediamo per incanto rincorrersi a piedi nudi sulla terra battuta, spesso chiazzata di pozzanghere dopo i temporali.
Da adulti, poi, ecco i nostri avi indaffararsi intorno a un suino da squartare, o chini a raccogliere uova nel pollaio. O, ancora, rientrare a sera nel piccolo mondo della cascina, con la "ranza", cioè la falce, in spalla, lasciandosi dietro le fatiche agresti della giornata. Si affrettava il passo allora, lungo un sentiero scandito quà e là da tanti sassi e sassolini, ognuno diverso dagli altri, ognuno unico e irripetibile, come un vecchio amico che si saluta due volte al giorno.
La cascina era là in fondo, porto sicuro dove il contadino ritrovava se stesso, la famiglia e gli amici nel mare agitato della vita. La nuvolaglia nera di un acquazzone incombeva dall'orizzonte, ma i nostri bisnonni avevano ormai guadagnato il coperto.

Una storia dimenticata


Le cascine e in genere le abitazioni di cortile, ci sono apparse per molto tempo quasi come se fossero sempre esistite. Eppure, come tutte le creazioni umane, anche esse ebbero un'alba e una storia, una storia di gente comune.
Una vicenda appassionante fatta di indizi architettonici, testimonianze indirette e, soprattutto, documenti catastali degli ultimi tre secoli.
Quando nacque la cascina?
La questione non è affatto semplice. La maggior parte delle cascine oggi esistenti sono relativamente recenti, avendo grossomodo un'età compresa fra i 100 e i 250 anni. Molte delle più antiche si svilupparono però intorno a nuclei strutturali medievali, come ex-monasteri o perfino torri di guardia. Non è facile, d'altronde, indagare in un ambito in cui i documenti sono spesso scarsi, soprattutto prima del XVIII secolo.
Il primo imponente e dettagliato catasto fu avviato dai governanti austriaci nel 1718 e concluso nel 1757. Il documento sarebbe poi passato alla storia come Catasto Teresiano, poiché al momento della fine dei lavori regnava sull'Austria (e sul Ducato di Milano) l'Imperatrice Maria Teresa d'Asburgo.
Da esso risulta che a metà del XVIII secolo il tipo di casa rurale di cortile che chiamiamo cascina era ormai ampiamente diffuso in Lombardia. Per le epoche precedenti si possono fare supposizioni basate su accenni nei testi riguardanti magari i possedimenti dei monasteri o dei notabili locali.

UN' EREDITÀ DEI ROMANI?

La tendenza a circoscrivere un'area comune con abitazioni disposte a mo' di recinzione si ritrova presso moltissimi popoli. Guardando all'Africa di oggi, basti pensare al tradizionale villaggio dei Masai, i fieri pastori-guerrieri stanziati fra Kenya e Tanzania. Nel villaggio Masai, le capanne circondano uno spazio al centro del quale si trovano, come stalle rudimentali, i recinti di siepi che formano il ricovero del bestiame.
Nella Mesopotamia del 2000 avanti Cristo, peraltro, dovevano già essere presenti delle case di cortile, non dissimili da quelle odierne. Dagli scavi condotti tra le rovine di Ur, gli archeologi hanno infatti potuto ricostruire una tipica "curt" degli antichi Sumeri.
Un cortile pavimentato circondato su quattro lati dall'abitazione, con scale interne per accedere al primo piano e un ballatoio che correva tutto intorno, come una vera "casa di ringhiera". Tralasciando questi antesignani di 4000 anni fa, è con l'Impero Romano che, secondo molti, nelle nostre zone si affacciò qualcosa di assimilabile ai cascinali. In origine fu la "villa", verrebbe da dire. Già dotato di un cortile con ampi portici, questo complesso agricolo era la base della ricchezza per i grandi latifondisti che dominarono l'economia romana a partire dal II secolo avanti Cristo.
Nelle villae e nei campi circostanti lavoravano in prevalenza masse di schiavi, una manodopera a costo praticamente nullo, e la coltivazione seguiva logiche aziendali che non esiteremmo a definire proto-capitalistiche, dato che l'ordine dell'Impero assicurava la possibilità di sicuri scambi commerciali su lunghe distanze.
Grano, vino, lino e bestiame erano solo i principali tra i molti prodotti che i Romani traevano 2000 anni fa dalla ferace Gallia Cisalpina.

DALLA VILLA ALLA CURTIS

Nel III e IV secolo dopo Cristo il delicato meccanismo di quel potente impero iniziò a poco a poco ad incepparsi. Mentre i Germani premevano ai confini, i legionari persero sempre più la capacità di affrontarli e respingerli. Già sotto l'Imperatore Aureliano, che regnò dal 270 al 275, si aprirono preoccupanti "falle". La tribù germanica degli Alamanni, addirittura, penetrò fino a Pavia, prima di essere bloccata. Era solo questione di tempo, nel 410 la stessa Roma sarebbe stata saccheggiata dai Visigoti. Nella caotica situazione del Tardo Impero i commerci divennero più insicuri e molte villae si indirizzarono sulla strada della mera sopravvivenza. I padroni sostituirono gradualmente gli schiavi con famiglie di coloni semiliberi (predecessori dei servi della gleba), mentre la produzione agricola copriva ora i bisogni di sussistenza. Così, gli ultimi latifondisti romani riuscirono, oltre 1600 anni fa, a trasformare le loro aziende agricole in nuclei "proto-feudali" autosufficienti, disponendo in qualche caso perfino di piccoli eserciti privati formati da mercenari, i cosiddetti "buccellarii".
Da questo quadro, complice l'intrusione della nuova nobiltà di origine germanica, sarebbe nato il vero e proprio feudalesimo. E si sarebbe imposta, dal VII-VIII secolo, la parola "curtis". La "corte" intesa allora diventò l'unità agraria fondamentale comprendente un appezzamento di terra principale, la "pars dominica" per i raccolti del padrone ("dominus"), e i fondi annessi, coltivati dai servi della gleba, contadini legati giuridicamente ai campi feudali.Nel III e IV secolo dopo Cristo Il potente impero si sgretolò a causa delle invasioni dei Barbari.
Col trapasso dall'Antichità al Medioevo, i contadini nostrani avevano dovuto affrontare il collasso della civiltà romano-ellenistica e ripiegare su forme più elementari di sostentamento. Per esempio coltivando cereali che richiedessero meno cure del frumento, come il miglio o l'orzo. Oppure rivalutando il ruolo dei boschi, che giunsero a fornire selvaggina, castagne, funghi e ghiande a una popolazione che, a causa delle guerre e delle pestilenze, era molto diminuita rispetto al tempo dei Romani.

 

LAVORARE, PREGARE E PROTEGGERSI

Verso l'anno 1000, molti terreni giacevano ancora incolti. Solo l'opera dei monaci li avrebbe presto riguadagnati al lavoro umano. I contadini vivevano nelle curtes, dove erano raggruppati per famiglie estese, o in villaggi formati da case a cortile addossate le une alle altre e separate da strette vie.
In entrambi i casi la difesa era una fra le necessità primarie, dato che ancora nel X secolo l'Europa fronteggiava incursioni come quelle degli Ungari, dei Saraceni o dei Vichinghi. La stessa cascina, come noi la conosciamo, è un po' erede diretta della graduale spinta a circondare e proteggere un cortile. L'antica corte avrebbe solo dopo molto tempo assunto il nome di "cascina", che derivava da "cassina" e all'inizio designava solo i fabbricati rustici, come le stalle. Molto spesso, all'origine di cascinali ancora oggi esistenti, concorse la derivazione da monasteri o da opere militari. Il primo caso non deve stupire, data l'importanza della Chiesa nelle bonifiche medievali. Gli ordini dei Benedettini e dei Cistercensi ebbero un ruolo importante, sancito anche dai documenti dell'epoca. La "Charta Caritatis" del 1119 raccomandava di scegliere luoghi desolati per la fondazione di nuovi monasteri, in modo da operare poi la bonifica del circondario. La Cascina Camuzzago di Bellusco è uno di questi esempi.
Il suo nucleo originario sorse nel 1152 come monastero dell'Ordine del Santo Sepolcro. Intorno a esso crebbero per 200 anni i fabbricati per i contadini e le stalle, finchè a cavallo del 1400, la Camuzzago potè dirsi ormai un'azienda agricolo-ecclesiastica di tutto rispetto. Allo stesso modo nacque tra l'XI e il XII secolo la Cascina San Benedetto di Trezzo d'Adda, straordinariamente conservatasi nelle sue linee medievali.


CASCINE-TORRI


Molti cascinali, si è detto, germinarono lentamente intorno a opere militari. Probabilmente si trattò della logica evoluzione di antiche curtes fortificate, che disponevano di torri di guardia cadute poi in disuso verso il 1500. Fra esse è da annoverare, come indica il nome stesso, la Torre di Brenno, a Costa Masnaga. Un cortile a "C", posto su un'altura, e poco oltre un fabbricato che ingloba una torre di vedetta altomedievale, cioè più antica dell'XI secolo. Non si hanno date sicure, si sa solo che la struttura contadina appariva nel 1720 sul catasto austriaco.
Non è azzardato supporre che la cascina attuale rispecchi (nonostante rifacimenti e aggiunte settecenteschi) molti tratti di un'originaria curtis. Forse all'epoca più antica risale anche il suo curioso piano interrato che comprende cucine e cantine scavate nella roccia. Situazioni simili si riscontrano in particolare in una zona che abbraccia la Brianza, il Lecchese e parte della Bergamasca, dove fin dall'epoca romana, convergevano strade d'importanza strategica. Così, a Cernusco Lombardone troviamo una cascina denominata nientemeno che "Il Castello", perché nata intorno a una fortificazione del 1200.
A Cisano Bergamasco, in particolare nella frazione Mura, ci sono inoltre vari cascinali cresciuti intorno alle guarnigioni che vigilavano sulla vecchia strada romana che collegava Bergamo all'Adda. La più nota è forse la Cascina Papini, una torre dal cui lato orientale fu esteso, forse già nel XIV secolo, un casolare con un loggiato in legno. Pare che nel 1400 essa avesse ormai perso la sua funzione militare, divenendo dimora dell'antica famiglia patriarcale Papini, il cui ricordo sopravvive nel nome.

CASCINE GIGANTI PER LE AZIENDE AGRICOLE


Scoperta l'America e trovata la rotta per le Indie, gli Europei conobbero a partire dal 1500 una fase di vitalità economica inedita. In campo agricolo sono da segnalare l'arrivo in Pianura Padana di piante esotiche ben adattatesi alle condizioni locali. Allo spinacio, trasmessoci già nel Medioevo grazie agli Arabi, si aggiunsero così due capisaldi dell'agricoltura di oggi, come il mais e la patata. Il primo, altrimenti noto come granoturco, si diffuse dapprima in Veneto nel XVI secolo e arrivò in Lombardia intorno al 1630. La patata si diffuse invece almeno un secolo più tardi.
L'Età Moderna fu caratterizzata dall'ampliamento e da una sempre maggiore razionalizzazione delle aziende agricole. La rotazione delle colture si perfezionò ancora di più, mentre si svilupparono nuovi contratti fra padroni della terra e lavoranti. È col XVII secolo che molti individuano l'alba della grande cascina della Bassa Padana, sancendo la sua differenziazione dalle più piccole corti dell'Alta pianura. Dal 1600, e ancor più verso la fine del secolo e l'inizio del successivo, i proprietari terrieri di Milano presero a investire somme sempre maggiori nei campi della Bassa. Il nobile affidava a un fittavolo la gestione del possedimento. Quest'ultimo abitava nella cascina insieme a famiglie di agricoltori salariati. Il grande cortile si configurava così come un'unica azienda agricola le cui mansioni crescevano. Non solo stalle e fienili, ma anche botteghe artigiane, vuoi per la concia delle pelli, vuoi per la falegnameria, sorsero presto sotto i portici di costruzioni che divenivano man mano più imponenti. Ad esempio la Cascina Cantarana, a Castelverde in provincia di Cremona, ricca di torrette merlate. A Sud del Canale Villoresi, nell'area irrigua, alcune di tali cascine giunsero a toccare i 150 metri di larghezza, quasi il doppio dei cascinali dell'Alta pianura. Qui, fra immense risaie, non solo decine di famiglie abitavano e lavoravano a stretto contatto nel loro piccolo mondo, anche braccianti stagionali di provenienza esterna offrivano la loro opera.
Più a Nord, le strutture rimasero di dimensioni più limitate, da un minimo di 30 fino a circa 80 metri. Lì le cascine furono sedi pluriaziendali. Vale a dire che ogni famiglia, tramite un contratto di mezzadria, si comportava come un'azienda che rispondeva indipendentemente al mezzadro. Il gruppo famigliare era sottoposto all'autorità del "regiù", il più anziano, e della moglie, la "regiura".
La Cascina Cavallera di Vimercate rappresenta uno dei più begli esempi di cascina pluriaziendale brianzola.

DECLINO O LETARGO?


Mai sopita, la spinta al progresso, che dalla manifattura doveva portare all'industria, modificò gradualmente i destini dei cortili rurali. Un primissimo segnale fu la diffusione della bachicoltura, dal 1700 in poi. Per diversificare l'attività produttiva si giunse ad aggiungere a molte cascine un terzo piano, con locali dai soffitti molto alti, destinato esclusivamente all'allevamento dei bachi. Quì si disponevano i telai, ai quali bisognava offrire un'adeguata aerazione. Così, molte cascine presentano ancora oggi finestrelle supplementari che ci testimoniano quell'epoca. Nel XIX secolo, ormai, la bachicoltura costituiva una delle voci basilari per le entrate dei contadini. La contaminazione della vita di cascina con processi produttivi sempre più massivi raggiunse il culmine sulla soglia del 1900, proprio quando lo sviluppo dell'industria e dell'urbanesimo iniziò a spopolare le campagne. Quante cascine sono rimaste abbandonate, o abitate da poca gente, senza contare quelle demolite. Da un lato ciò fu inevitabile, poichè un solo contadino può produrre oggi, con trattori e concimi, quantità incredibili di cibo. Tuttavia l'eredità più profonda dei cortili agricoli, quella della convivenza e, per quanto possibile, dei ritmi tranquilli e del dialogo con la Natura, non deve andare persa.

Se vuoi saperne di più scrivici : e-mail parchivimercatese@brianzaest.it